“Perché già dalla prima trincea ero più curioso di voi, ero molto più curioso di voi…”

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Amico fragile, traccia di chiusura dell’album Volume 8, inciso nel 1975, è probabilmente la canzone più autobiografica e amata da Fabrizio De André, una sorta di testamento spirituale e artistico.

La genesi del brano è stata raccontata dallo stesso Faber in diverse occasioni: “Quando ero ancora con la mia prima moglie, fui invitato una sera a Portobello di Gallura, dove m’ero fatto una casa nel ’69. D’estate arrivavano tutti in questo parco residenziale, e m’invitavano la sera che per me finiva sempre col chiudersi puntualmente con la chitarra in mano. Una volta ho tentato di dire: ‘Parliamo un po’ di quello che sta succedendo in Italia…’; nemmeno per sogno, io dovevo suonare. Allora mi sono proprio rotto i coglioni, mi sono ubriacato sconciamente, ho insultato tutti, me ne sono tornato a casa e ho scritto Amico fragile. L’ho scritta da sbronzo, in un’unica notte nella dispensa dove m’ero rifugiato”.

La canzone è dunque uno dei rarissimi esempi (a parte qualche composizione di Piero Ciampi) di testo poetico in musica scritto palesemente e dichiaratamente “in vino”. Tuttavia, sarebbe errato considerarlo una pura manifestazione di scrittura incosciente o “automatica”; ne fanno fede, oltre alla struttura metrica e ritmica dei versi anche i riferimenti, criptati in “flash”, agli avvenimenti della serata immediatamente precedente. Le serate estive, il semplicissimo mi ricordo, i vostri Come sta ed altri luoghi meno comuni e più feroci sono ciò di cui si nutre la stanca compagnia dei borghesi vuoti, vanagloriosi e conformisti; De Andrè manifesta così il disagio che avverte chiunque senta dentro di sé di non appartenere ad un dato ambiente e vi si trova catapultato, per di più in veste di celebrità o “attrazione”, fenomeno da baraccone. Il Poeta Faber costretto a suonare (e qui ci sembra di sentir l’eco dei versi del Suonatore Jones nel quale si dice che se la gente sa che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita), ritrova la sua libertà solo evaporando nella nuvola rossa dell’ alcool, immerso nella solitudine della dispensa (una delle molte feritoie della notte).

La connotazione grottesco-umoristica del testo affiora poco dopo quando De André evidenzia beffardamente il cinismo dei borghesi (Lo sa che io ho perduto due figli…Signora, lei è una donna piuttosto distratta) e inizia a disarticolare la realtà: si potrebbe quasi dire (come afferma anche lo scrittore Riccardo Venturi) che, se James Joyce, nell’Ulisse ha applicato per la prima volta lo “stream of consciousness” (la riproduzione fedele del libero fluire del pensiero che si fa parola), De Andrè, in Amico fragile, fornisce un esempio di “stream of semi-consciousness”, ovvero presenta lo spettrogramma della sua coscienza in un momento di lampi, di chiaroscuri, di bagliori. In questo modo, liberato dal teatrino dove avevano tentato di costringerlo, evaso dalla gabbia del si impersonale (si dice, si fa…),  può rivendicare la sua maggiore curiosità intellettuale rispetto a coloro che vivono in un mondo di trincea e di nascondigli anche linguistici. Nel momento in cui la realtà è pienamente disarticolata il Poeta può esprimere liberamente tutto ciò che a lui è concesso, frantumando i rigidi e convenzionali schemi borghesi: grazie alla sua ritrovata indipendenza, l’artista può accettare che i figli parlino male e ad alta voce di lui, può avvicinare un cannibale per farsi insegnare la sua distanza dalle stelle (splendida metafora per indicare che gli indigeni sono coloro che conservano il legame atavico con il mondo naturale, ormai perduto dagli occidentali), può addirittura permettersi di rischiare la sua chitarra, prolungamento del suo corpo, in cambio di una scatola di legno, di una sconfitta, di qualcosa di inutile e vano; il tutto per poi rifugiarsi nell’oblio di un universo onirico, l’arrivederci raggiunto attraverso litri e litri di corallo (altra metafora per indicare il vino).

Inutile dire che ritengo questo brano un capolavoro assoluto, condito da una componente musicale di qualità elevatissima, espressa soprattutto nell’ultimo concerto di commovente bellezza, tenuto al teatro Brancaccio di Roma pochi mesi prima di morire (come si vede nel video), grazie all’aiuto di musicisti che sembrano amoreggiare con i propri strumenti, tanta è l’estasi e il rapimento del brano, autentico manifesto di poetica del suo autore.

TESTO

Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della notte
con un bisogno d’attenzione e d’amore
troppo “Se mi vuoi bene piangi”
per essere corrisposti;
valeva la pena divertirvi le serate estive
con un semplicissimo “Mi ricordo”;
per osservarvi affittare un chilo d’erba
ai contadini in pensione e alle loro donne
e regalare a piene mani oceani
ed altre ed altre onde ai marinai in servizio,
fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli
senza rimpiangere la mia credulità:
perché già dalla prima trincea
ero più curioso di voi,
ero molto più curioso di voi.

E poi sorpreso dai vostri “Come sta”,
meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci,
tipo “Come ti senti amico, amico fragile,
se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te”,
“Lo sa che io ho perduto due figli”
“Signora lei è una donna piuttosto distratta.”
E ancora ucciso dalla vostra cortesia
nell’ora in cui un mio sogno
ballerina di seconda fila,
agitava per chissà quale avvenire
il suo presente di seni enormi
e il suo cesareo fresco;
pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra.

E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci,
mi sentivo meno stanco di voi,
ero molto meno stanco di voi.

Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta
fino a vederle spalancarsi la bocca.
Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli
di parlare ancora male e ad alta voce di me.
Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo
con una scatola di legno che dicesse perderemo.
Potevo chiedere come si chiama il vostro cane,
il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero.
Potevo assumere un cannibale al giorno
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle.
Potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci.

E mai che mi sia venuto in mente,
di essere più ubriaco di voi,
di essere molto più ubriaco di voi.

VIDEO

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